Attualità

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POLITICA & SOCIETA' - di Claudia Nardi

ROMA 15 SETTEMBRE 2011 - Se vi state chiedendo cosa sia un Flash Mob o non ne avete mai visto uno, forse allora non siete tra le centinaia di migliaia di persone che almeno una volta hanno partecipato alla realizzazione di questo fenomeno.
Si perché ormai ai Flash Mob (dall'inglese flash = breve esperienza e mob = moltitudine) ci partecipano proprio tutti, e potreste capitarci dentro in qualsiasi momento dell’anno e a qualsiasi ora della giornata.
Infatti il Flash Mob consiste in un gruppo di persone che si riunisce all'improvviso in uno spazio pubblico, mette in pratica un'azione insolita generalmente per un breve periodo di tempo per poi successivamente disperdersi. Questo fenomeno, nato a New York nel 2003 da un'idea di un 28enne tale Bill, che volle tentare un esperimento sociologico sulle folle, sta letteralmente spopolando sulla rete e sui vari mezzi di comunicazione, in quanto il raduno in questione viene generalmente organizzato attraverso comunicazioni via internet o tramite telefoni cellulari. In molti casi, le regole dell'azione vengono illustrate ai partecipanti pochi minuti prima che l'azione abbia luogo.
Esistono vari tipi di Flash Mob. Esiste ad esempio il Freeze Flash Mob durante il quale tutti i partecipanti rimangono fermi, immobili per un determinato periodo di tempo. Oppure esiste il Pillow Fight (battaglia di cuscini), anche se questo genere di azioni non rientra nei Flash Mob ma piuttosto negli Smart Mobs. Uno dei Flash Mob meglio riusciti nella storia è stato messo in atto non molto tempo fa a Chicago durante il concerto in onore dell’inaugurazione della ventiquattresima stagione televisiva di Oprah Winfrey, una famosissima conduttrice televisiva americana. Durante l’esibizione dei Black Eyed Peas il pubblico, ventunomila persone, ha iniziato, dopo un breve periodo di immobilità, a ballare in sincronia creando uno spettacolo da brividi, eccezionale, estremamente emozionante. Oprah Winfrey, ignara di tutto, è rimasta estremamente colpita da questo fenomenale spettacolo.
Esiste anche un tipo di Flash Mob che si rivolge alla sfera del marketing. È il caso di Milano. Infatti il 27 Febbraio 2010 c’è stato un flash mob promozionale organizzato dalla Disney per il film Alice nel paese delle meraviglie. Dal sagrato di Piazza del Duomo verso Corso Vittorio Emanuele, a tempo di musica, per poi fermarsi e dare vita ad una vera e propria coreografia sulle note di Tea Party di Kerly, uno dei brani contenuti nel CD Almost Alice. Al termine, ai presenti sono stati distribuiti gli ambitissimi cilindri del Cappellaio.
C’è una questione in sospeso però: sono i flash mob stra-abusati? Dalle nostre parti c’è chi dice che un pò lo sono, ma c’è ancora spazio per buone idee che possano diventare notiziabili, continuare ad essere divertenti e raccogliere adesioni. Viceversa, c’è anche chi sostiene che la troppa esposizione e il troppo utilizzo richiedano ora di mettere in stand-by questa possibilità realizzativa per dedicarsi ad altre tipologie di guerriglia marketing.
Forse il flash mob sta ora risentendo di quello che è successo al guerriglia marketing in generale: è stato inserito “a catalogo”, come un normalissimo prodotto da supermercato, così come altre operazioni standard (per esempio gli sticker o altro). Questo lo ha privato della sua originalità, della sua forza, della sua attrattiva. I brand lo hanno fagocitato, il pubblico se ne è accorto e oggi partecipa meno volentieri. Ma se nulla si distrugge e tutto si trasforma, allora perché distruggerlo e boicottarlo a priori? Forse vale la pena attivare i cervelli e trasformarlo, da flash mob a performance spontanee di livello superiore, con l’aggiunta per esempio di tecnologie, di effetti speciali; anche affiancandolo (o supportandolo) con pubblicità più tradizionale (come in uno dei tanti casi T-Mobile) potrebbe infondergli nuova linfa.
C’è chi, appunto, si diverte e allo stesso tempo non partecipa passivamente al fenomeno di massa. È il caso dello studente Marco Spagnolo di 23 anni: “c'è un enorme bisogno di tornare a socializzare per le strade, e non attraverso un freddo monitor. Facebook sta monopolizzando le modalità di relazionarsi l'un l'altro, non si telefona più, non si va a trovare gli amici di persona, si preferisce spegnersi lentamente dietro una chat mal funzionante, salvo poi rinascere non appena si comincia di nuovo a connettere emotivamente e dal vivo con le persone con cui si interagisce. E appunto uno dei migliori modi che c'è per farlo è il gioco per strada di gruppo, che è un altro modo con cui spiegare il concetto di Flash Mob. Gli organizziamo da più di un anno e mezzo. Ci sono diversi trucchi ed accorgimenti, come il non dimenticarsi di contattare periodicamente la gente per tenere alto il morale dei partecipanti, oppure la regola del portare a termine il mob con qualunque condizione meteorologica, perchè il mob quando si fa, si fa”.
Lo psichiatra e antropologo Paolo Cianconi, spiega così una simile affermazione: “la rete è l’inizio del fenomeno. E’ un “luogo altro”, i cui comandi si ribaltano sulla realtà. La realtà è duplice: da una parte la vita quotidiana, dall’altra il flash mob; una realtà virtuale, dunque immediata. Il passante da estraneo progressivamente interiorizza il fenomeno, ne comprende l’esistenza, si chiede se ne ha paura, si stupisce, si diverte, ha bisogno di comunicarlo.”
Sentendo inoltre il parere del sociologo Guido Di Fraia, “il flash mob non potrebbe esistere senza la rete, in quanto mezzo di comunicazione del fenomeno; stiamo parlando di un fenomeno imprevedibile. Si può parlare di sciame e non di gruppo, poiché c’è si la somma degli individui ma non ci sono relazioni tra loro. La durata è circoscritta e le istruzioni semplici proprio perché bisogna evitare legami visibili. Fondamentale è la relazione morbida con le forze dell’ordine, bisogna portare dietro un documento perché non si ha nulla da nascondere.”
È dunque Internet la forza e la spinta del successo di questo fenomeno di massa, al quale vengono dedicati centinaia di gruppi su Facebook. Grazie ad uno dei più importanti social network della rete, i “mobbers” vengono puntualmente a conoscenza dei vari Flash Mob, è questo per esempio il caso di Giorgia Ercoli, studentessa universitaria di 21 anni: “Tutto è nato da una sifda. Ne sono venuta a conoscenza tramite facebook, che ogni tanto qualcosa di buono è in grado di diffonderlo. Al di là della sfida trovo che sia un'ottima scusante per unire persone al raggiungimento di uno scopo comune…in questo caso l'effetto sorpresa che il flash mob provoca in coloro che casualmente si trovano nel luogo in cui si svolge…e poi,trattandosi il più delle volte di richieste insolite (mi riferisco al tema del flash mob), trovo ci sia anche una componente di evasione e un "mettersi alla prova" che non guasta..parlo sempre dal mio personale punto di vista e per la mia esperienza. Non credo che si tratti di un fenomeno che possa avere incidenza sul futuro dal momento che l'obiettivo è il divertimento e la "folla"(mob appunto) è una delle principali componenti; tutto è preso come un gioco, non vedo quali sviluppi potrebbe avere.”
Siamo dunque immersi in una trasformazione che è tuttora in atto. Beato solo chi se ne accorgerà per primo!

 

 

LO SPECULATORE ACCORTO

 

DIARIO DI UN VIAGGIO

 

ROMA 1 SETTEMBRE 2011 - Città come Los Angeles, Miami, Rio de Janeiro. Scordatevele. Questa è Il Cairo. La capitale dell’Egitto non è una città facile, è un melting pot di etnie, religioni, credenze e miti antichi.
La città più popolosa dell’Egitto, con i suoi quasi 20 milioni di abitanti, offre le sue meraviglie a poco prezzo, tutto purché rigorosamente contrattato.
Secondo il calendario islamico siamo intorno al 1400: ad un primo sguardo sembra quasi di tuffarsi nel passato, se non fosse che si rimane letteralmente assaliti dal traffico, dal rumore assordante e dallo smog. Prendere o lasciare.
I turisti non ci sono quasi più, e se ci sono si trovano solamente nei siti folcloristici della città, mai per le strade, dove si incontrano quasi esclusivamente uomini con la barba lunga islamica e poche donne, e di queste molte col niqab, che lascia scoperti solo gli occhi. Tutto questo perché Il Cairo, città piena di storia e meraviglia, alla luce degli scontri a piazza Tahrir, oggi non è più una città sicura. Siamo visitatori curiosi di scoprire, ma qui la curiosità non paga, perché a volte turista è sinonimo di ospite, e come tali ci si deve adattare alle loro regole, quindi si cammina sotto il sole cocente, coperti da capo e piedi, evitando di incrociare gli sguardi o di fare foto; nessuna aperta ostilità, ma un’evidente diffidenza nei confronti degli occidentali.
Ci sono solo tre momenti in cui Il Cairo sembra una città “normale”: durante la notte, dall’alto delle piramidi o navigando il sacro Nilo.
Fra poco si riparte. Mi mancherà la città delle non regole e delle contraddizioni, delle folle corse sulle strade tra un asinello e una Porsche, dei jeans e maglietta a maniche lunghe nonostante i 45 gradi nel deserto, degli egiziani che vivono di notte e dormono di giorno per via del Ramadan, degli scontri a piazza Tahrir per la voglia di libertà, del corteggiamento perenne con quegli occhi da orientale, delle meraviglie del mondo, la città del "era meglio quando si stava peggio".
Dopo un viaggio simile, si hanno molte più domande al ritorno rispetto a quando si è partiti. Chi arriva per la prima volta in un posto distante per cultura e mentalità, tenta istintivamente di portare un po’ di sé per cercare di cambiare qualcosa. Forse, però, non sempre è giusto che le cose cambino. Le radici profonde non gelano mai e lottare per la propria identità è un diritto dei popoli, anche se la loro cultura risulta inconcepibile agli occhi di chi si crede detentore assoluto di verità e democrazia, pretendendo di importarla dove gli fa comodo.

ROMA 30 SETTEMBRE 2011 - Genesi e responsabilità della Grande Recessione
In una società malata della propria ricchezza, egoismo, utilitarismo, il cosiddetto miglioramento del tenore di vita, di cui crede di beneficiare la maggioranza degli abitanti dei paesi “sviluppati”, è solamente un’illusione.
Nel contesto di un’utopica ripresa dell’economia internazionale, trainata artificiosamente dal ricatto del Dollaro statunitense quale moneta di riserva e investimento internazionale supportata dall’egemonia militare sulle fonti energetiche strategiche e dai paesi emergenti dell’Asia (Cina in testa), l’Europa è, in particolare, la grande area economica a crescita ridotta, praticamente nulla. Il cambio forte in funzione dell’unità monetaria acquisita, da un lato contribuisce a contenere l’inflazione, ma dall’altro inibisce la competitività dei prodotti e, quindi, la crescita delle esportazioni in un mercato globalizzato dove non esistono più ammortizzatori politici e sociali alla cruda e spietata competizione commerciale.
Ma la debolezza della moneta statunitense è stata solo una fra le cause della Recessione. Contemporaneamente il risparmio americano è crollato a zero. Così tutto ciò che si spendeva, dalla ricostruzione in Iraq alla tinteggiatura nella propria casa, veniva finanziato con denaro preso in prestito. Tutti i problemi venivano nascosti con il credito. La bolla è scoppiata quando il rapporto tra prezzi degli immobili e salari non è più stato sostenibile. Un’altra causa importante è stata la crisi dei mutui subprime. Molte banche (e molti speculatori) si sono ritrovati con perdite importanti dovute al vertiginoso aumento del tasso di insolvenza dei contraenti.
Gli speculatori, per rientrare dei soldi bruciati con i mutui subprime, si sono buttati sull’unica cosa che non poteva tradirli: le materie prime. Così si spiegano anche i prezzi stratosferici raggiunti del petrolio e l’aumento del costo del grano.
Per quanto riguarda il nostro Paese, la recessione italiana è il risultato di vizi fondanti e inefficienze che esplodono a contatto con la ricetta che tutti hanno evocato come pozione miracolosa: la globalizzazione. Il suo effetto nel mercato interno è il crollo secco della crescita, caratterizzata dal ristagno dei consumi privati e della caduta degli investimenti, con una drastica riduzione dei risparmi. L’unico bene rifugio è la casa, ma spesso con scopi speculativi che hanno saturato il mercato su prezzi inaccessibili e indebitato gli acquirenti abitatori con mutui sorretti dalla stabilità monetaria, ma non dal poter d’acquisto delle retribuzioni. Difatti la spesa delle famiglie è in caduta verticale, indotta dall’inflazione causata dalla speculazione sull’euro, le negative conseguenze del crollo della fiducia. Grazie ad una classe dirigente opportunista, superficiale, priva di spirito pubblico.
Quello che è certo è che siamo in un’epoca di transizione; la scelta di rendersi spettatori passivi o attori coscienti dipende solo dalla forza di volontà degli uomini, indipendentemente dal destino delle cose ed i suoi esiti ultimi.
Benvenuto nel nuovo mondo.

Economia italiana: meno male che c’è la CinaVendesi informazione? Si, no, ni!


ROMA 23 SETTEMBRE 2011 - In un mondo sempre più globalizzato e in una situazione economica italiana che cambia, il cui motore di cambiamento più forte è l’emergere della Cina, il nostro Paese deve misurarsi con una realtà mondiale che mette a nudo tutto il provincialismo italiano.
La Cina come tutti sanno è un paese in velocissima e tumultuosa crescita; i cambiamenti nella sua struttura economica sono, da qualche anno, tanto profondi quanto rapidi.
La Cina è amica dell’Italia, perché i rapporti bilaterali di tipo commerciale fra questi due Paesi sono in continua espansione e sono sempre più importanti per il bel Paese, se ne stanno accorgendo anche i protezionisti nostrani che hanno sempre difeso la retorica anticinese dei paesi occidentali.
Quindi, l’Europa e, in senso più stretto l’Italia, come deve affrontare la sfida cinese? Non è semplice affrontare questa questione, perché la Cina è competitiva ma è anche strettamente legata all’economica occidentale; quindi colpire l’economia cinese vorrebbe dire colpire il sistema capitalistico occidentale, in quanto buona parte delle imprese che lavorano in Cina sono in realtà occidentali.
Attualmente in Cina sono presenti 1428 aziende italiane e di queste l’83% è di grandi dimensioni (fonte Osservatorio Asia). La destinazione degli investimenti industriali è verso le aree più attrezzate ma progressivamente più costose e competitive, come la Municipalità di Shanghai e le Province del Jiangsu e del Guangdong. E’ invece poco presente a Pechino, dove si concentrano gli uffici di rappresentanza e le sedi istituzionali. Sono infine quasi assenti dai flussi di investimento le floride e dinamiche zone della costa come Tianjin e le Province dello Zhejiang, dello Shandong e del Fujian.
Fino ad ora si è cercato di sviluppare i rapporti commerciali su base bilaterale, ma quando si tratta con la Cina su base bilaterale difficilmente si ha un peso equivalente a un Paese che sta crescendo in modo così prepotente.
Il metodo di regolazione di scambi commerciali più sano è quello di inserire i rapporti con la Cina nell’ambito di un negoziato multilaterale.
Durante l’ultimo G8 tenutosi all’Aquila, il cancelliere tedesco Angela Merkel ha sostenuto che l’attuale formato del G8 non è più sufficiente, e quindi la Cina dovrebbe entrare stabilmente a far parte del vertice dei Paesi industrializzati, che da G8 si trasformerebbe così in G9. Sono molti i problemi sui quali il ruolo di Pechino è diventato imprescindibile negli ultimi anni: la crisi finanziaria, la crisi energetica, la crisi alimentare ma anche gli squilibri di lungo termine dell’economia globale. Per quanto riguarda problemi come i programmi nucleari di Paesi come l’Iran e la Corea del Nord il ruolo della Cina è ancora più importante.
Secondo la Fondazione Italia Cina, Nei primi 8 mesi (gennaioagosto) del 2008 le esportazioni in Cina sono cresciute del 5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente e le importazioni hanno invece mostrato una crescita più contenuta (3%) contribuendo a ridurre leggermente il disavanzo nella bilancia commerciale, mentre nel 2007 l’interscambio Italia – Cina ha toccato i 31 miliardi di dollari, aumentando del 27,7% rispetto al 2006. L’esportazioni sono cresciute del 18,7%, ma le importazioni hanno subito un incremento del 32,6% contribuendo ad accentuare il disavanzo a vantaggio della Cina.
La recente visita del premier Hu Jintao, in occasione del G8, ha avuto un’importanza particolare dal un punto di vista economico, in quanto ha visto l’arrivo di una delegazione di circa 200 investitori cinesi per aprire nuove aree di investimento e promuovere lo sviluppo delle relazioni economiche tra Italia e Cina.
Sono stati firmati protocolli nei campi della cultura, della formazione, della scienza e della tecnologia, della sanità, della protezione ambientale, del turismo. La recente visita in Cina del viceministro allo Sviluppo Economico Adolfo Urso, finalizzata a sollecitare gli investimenti della Cina in Italia e a preparare la visita di imprenditori cinesi in Italia al seguito del premier Hu Jintao, ha riscosso un successo importante e ha posto le basi per una collaborazione sempre più stretta in ambito di investimenti cinesi nel nostro Paese.
L’ammontare di investimenti diretti esteri in Italia provenienti dalla Cina è ancora limitato. Ciononostante, non mancano i presupposti perché i flussi in uscita dalla Cina vadano sviluppandosi nei prossimi anni. In particolare, si guarda alle ingenti riserve valutarie cinesi che potranno essere utilizzate per acquisire partecipazioni all’estero e alle azioni del Governo cinese volte a promuovere l’internazionalizzazione del sistema produttivo (Go-Global Policy). Seppur contenuta, l’attuale presenza cinese in Italia (in tutto circa 30 imprese) può rappresentare un modello per analizzare possibili sviluppi degli investimenti.

 

 

 

 

ROMA 15 SETTEMBRE 2011 - Il dibattito sulle notizie a pagamento su internet è tornato in primo piano dall’inizio del 2009 con la crisi della pubblicità esplosa con la recessione. Sono numerosi i giornali online che hanno annunciato progetti in proposito. Qualche tempo fa, è stata riportata la notizia secondo cui Rupert Murdoch stesse studiando un modo per trasformare l’informazione online rendendola a pagamento.
La strategia, un tempo considerata antidemocratica e capitalista, potrebbe ora concretizzarsi con il servizio Google News.
Il raccoglitore di notizie online di Google, conosciuto da tutti con il nome di Google News, è da alcune settimane al centro di accesi dibattiti e polemiche sulla probabile violazione del copyright di tutti quegli articoli catalogati nel servizio e gestiti da Google, nonostante previo consenso della casa editrice o dell’autore.
L’azienda di Mountain View potrebbe rispondere alle accuse attivando un nuovo sistema, chiamato Google Checkout esistente ormai da tre anni e rivale del noto PayPal. Google ha intenzione di utilizzare Checkout per monetizzare ogni contenuto riportato. In altre parole, nel futuro di Google vi saranno news a pagamento. L’utente potrà leggere il titolo, la sintesi e la fonte su Google News, ma se interessato ad un approfondimento dovrà versare un piccolo contributo al momento non stimato.
Un sistema simile è già attivo con iTunes, dove l’internauta può acquistare un album musicale o una singola canzone tramite l’interfaccia di Apple.
Ma come reagiranno gli utenti? Gli internauti accetteranno le regole imposte dall’azienda di Mountain View, pagando, oppure decideranno di trovare altre fonti di informazioni?
Ai nati digitali l’ardua sentenza!

 

 

Vendesi informazione? Si, no, ni!

 

Assenza d’acqua? Usiamo un Iceberg

 

Roma 15 luglio 20111 - Dissetare il pianeta con gli iceberg? PercTrasportare Dissetare il pianeta con gli iceberg? Perchè no! Trasportare giganteschi blocchi di ghiaccio dalla Groenlandia fino alle isole Canarie attraverso l’Atlantico e soddisfare così la domanda urgente di acqua potabile delle regioni più aride del mondo. Non è fantascienza, ma l’ambizioso progetto di un gruppo di ricercatori attorno a Georges Mougin, visionario ingegnere francese dell’istituto parigino Arts et Métiers. Dopo anni di progettazione e analisi il «carico eccezionale» è oramai pronto per partire. Gli imponenti ghiacciai della Groenlandia sono sempre in movimento. Ogni giorno enormi blocchi di ghiaccio si staccano dalle barriere dell’Artide e piombano in mare. Milioni di litri di preziosa acqua dolce congelata galleggiano alla deriva e si sciolgono, inutilizzati, in mare. Georges Mougin vuole utilizzare queste mastodontiche sculture naturali come riserva d’acqua potabile. La sua idea: trasportare gli iceberg nel sud del mondo. Un proposito urgente, a fronte dell’enorme consumo di acqua a livello mondiale. Una potenziale soluzione al rischio di violenti conflitti tra gli Stati e le popolazioni più povere per l’approvvigionamento di acqua. Già quarant’anni fa Georges Mougin lanciò la proposta di portare gli iceberg là dove c’è più necessità d’acqua. Al polo Nord e al polo Sud l’ingegnere ha studiato e scrutato fino nel minimo dettaglio queste enormi montagne di ghiaccio a bordo di mongolfiere e piccole imbarcazioni. “Nell’Artide si formano iceberg a sufficienza per soddisfare il fabbisogno idrico di tutta l’umanità”, spiega Mougin nel breve documentario IceDream: The Iceberg project, realizzato dalla tv tedesca e quella francese. “Spostare un iceberg non significa altro che farlo sciogliere altrove. In fondo, tutti gli iceberg prima o poi si sciolgono”, è il concetto semplice da cui parte l’ingegnere francese.
Nella sola Groenlandia ogni anno si sciolgono 350 miliardi di tonnellate di ghiaccio che finiscono in mare. Perché non prenderne una minima parte? Un paio di milioni di metri cubi d’acqua significherebbero molto per l’umanità, ma sono solo una goccia negli oceani. Il sogno dello studioso francese potrebbe presto diventare realtà. Nel ufficio di progettazione Dassault Système ha radunato un team formato da ricercatori, meteorologi e oceanografi. Nel gruppo di lavoro è presente anche l’ingegnere François Mauviel: “Vogliamo dimostrare che è realmente possibile trascinare un intero iceberg attraverso l’Atlantico”. Innumerevoli calcoli e animazioni grafiche computerizzate confermano che il progetto è fattibile. D’altronde questo tipo di sfruttamento dell’acqua aveva impressionato gli sceicchi arabi già qualche decennio fa. Gli arabi avevano energicamente sostenuto l’idea di trainare un iceberg e farlo scogliere là dove c’era più bisogno, come per esempio nei deserti dell’Arabia Saudita. Le autorità saudite avevano incaricato l’esploratore ed etnologo francese Paul-Emile Victor. Il suo compito: trainare un blocco di ghiaccio dall’Antartide fino al mar Rosso. Il progetto non vide mai la luce; inattuabile con la tecnologia di allora. Dal 1975, però, Victor e Mougin lavorano assieme al progetto per trasportare gli iceberg. Nel 1977 si tenne negli Usa la prima conferenza internazionale sullo sfruttamento di questi immensi blocchi di ghiaccio. Allora regnava l’ottimismo. In quell’occasione il principe Al-Saud si era detto fiducioso che nel giro di tre o quattro anni sarebbero stati trasportati iceberg in tutte le regioni del mondo. Il progetto però fallì. Per ragioni tecniche e, soprattutto, economiche. Venticinque anni dopo Georges Mougin è ripartito con un nuovo concetto. Con l’aiuto delle più moderne tecniche di computergrafica della Dassault Système è stata già tracciata la possibile rotta per il viaggio dell’iceberg. Al largo di Terranova è stata individuata anche la massa di ghiaccio ideale: ha fianchi ripidi e la superficie piatta. È stata sezionata e misurata da cima a fondo dai robot sottomarini della Memorial University in Canada. La parte “invisibile” sotto la superficie marina misura circa 90 metri.
Per impedire che la montagna si sciolga nelle acque oceaniche più calde durante il trasporto, gli ingegneri vogliono ricorrere alla tecnica usata con successo nelle Alpi per proteggere i ghiacciai dallo scioglimento: impacchettare la parte sott’acqua dell’iceberg con uno speciale telo protettivo. E per trainare il blocco di ghiaccio di 7 milioni di tonnellate di peso attraverso l’Atlantico è stata adocchiata la Argonaute, il gigantesco rimorchiatore francese di 70 metri, oggi impiegata come nave da rifornimento e soccorso. Parte del lavoro verrebbe assorbita dalle correnti marine e da particolari aquiloni da traino, i cosiddetti skysail, che sfruttano la forza del vento a 300 metri di quota. L’ipotetico traguardo del colosso di ghiaccio elaborato dagli esperti si trova a Tenerife, nelle Canarie. Quattro i mesi di viaggio nei quali, spiega François Mauviel, l’iceberg perderebbe circa tre milioni di tonnellate di ghiaccio e verrebbero consumate non meno di 4 mila tonnellate di carburante. Eppure, uno di questi giganti bianchi basterebbe per soddisfare il bisogno di acqua potabile di 70 mila persone per un intero anno. “Se tutto andasse secondo questi calcoli, sarebbe un vero successo”, sottolineano i ricercatori. La «spedizione» dell’imponente carico è avvenuta per ora solo nella simulazione al computer. Tuttavia, senza intoppi. “Mancano ancora i finanziamenti, ma ben presto – aggiunge Mauviel - gli abitanti e i tanti turisti delle Canarie potrebbero doversi abituare all’insolita vista di grossi iceberg davanti alle coste”.

 

 

Nati nel posto sbagliato

 ROMA 15 GIUGNO 2011 - Nel mondo, ogni minuto che passa, muoiono 4 neonati e 1 madre. Quando sarete arrivati alla fine di questo articolo, cioè fra circa 5 minuti, saranno morti 5 mamme e 20 neonati. Non è malasanità. Non sono incidenti. E’ un mix diabolico tra ingiustizia sociale e destino. Quello che porta i bambini più fortunati a nascere “nel posto giusto”, ovvero in un qualsiasi reparto maternità di un qualsiasi ospedale del cosiddetto “primo mondo”. I 20 neonati che perderemo all’ultima riga e le 5 mamme che non sopravvivranno alla separazione fisica dal frutto del loro grembo, si trovano in questo momento in una delle migliaia di bidonville, campi profughi e villaggi senza acqua e senza uno straccio di struttura sanitaria alla loro portata. Mentre i nostri giornali ci riferiscono di incidenti all’interno dei nostri reparti e di malasanità nelle nostre sale parto che, capiamoci, non dovrebbero neanche sussistere, ma purtroppo sono sempre più frequentemente una realtà, la grande maggioranza della popolazione mondiale vive in condizioni tali per cui nascere e morire sono due possibilità praticamente coincidenti.
Partorire e morire, partorire figli che non sopravvivono. Sono “una realtà quotidiana” in tutto il sud del mondo: America latina, Africa, Asia del sud. La cosa più frustrante è sapere che le cause di questo dramma continuo sono banali e per lo più evitabili. Ripenso a come sono nati la maggior parte dei nostri nonni, in casa e con l’aiuto di un’ostetrica (nei piccoli paesi il più delle volte l’ostetrica era una compaesana che si “improvvisava” il mestiere) e quindi mi viene da sviluppare la seguente riflessione: è così difficile formare in ogni comunità un piccolo gruppo di ostetriche locali? Donne a cui viene affidato il compito e gli strumenti di base per riconoscere le principali complicazioni che possono insorgere durante la gravidanza, in modo che le madri in pericolo possano essere reindirizzate in tempo nella struttura sanitaria più vicina. Volontarie che siano in grado di assistere al parto fisiologico in condizioni igieniche più sicure, che conoscano e che abbiano a disposizione i pochi farmaci salvavita che sarebbero necessari per ridurre drasticamente la mortalità! In fondo i costi per questi farmaci sono davvero irrisori (si tratterebbe di spendere meno di 2 euro per comprare delle compresse che salverebbero la vita a molte donne che muoiono per delle “semplici” emorragie!!). So che pretendere strutture ospedaliere nei paesi “sottosviluppati” è una vera e propria utopia, però “creare” gruppi di ostetriche e avviare queste donne al mestiere sarebbe una trovata che risolverebbe in parte questo che è tra i principali problemi mondiali di oggi! La strada è ancora lunga e in salita e per il momento non si vedono progressi. Gli aiuti delle Nazioni Unite sono ancora poco efficienti e personalmente continuo a pensare che si potrebbe fare qualcosa in più per migliorare il tasso di mortalità infantile nel “terzo mondo”. Intanto però i minuti passano…

 
La Exit Strategy
Come avere la “botte piena e la moglie ubriaca”

ROMA 17 MAGGIO 2011 - Come si esce dalla crisi? O meglio quale “exit stategy” adottare per evitare di ritrovarci tutti sommersi dal debito pubblico?
Il tema è strettamente all’ordine del giorno, sebbene la crisi sia lontana dall’essere sconfitta, ma pare sia tutta questione di tempistica. Questo non è il momento ideale per promulgare riforme permanenti, però dei primi passi in avanti sono necessari.
Ci vorrebbero più regole per evitare il ripetersi di bolle finanziarie che poi scoppino come tante piccole o grandi bombe atomiche. Ma bisogna evitare anche di ingessare i mercati e di privarli degli strumenti finanziari più nuovi.
Se si rimette in moto la locomotiva Usa, tutto il convoglio globale avanzerà a ritmi decisamente più spediti dell'atteso. Nell'area euro, e in particolare in Italia, invece, la dinamica dei margini di profitto e in generale dei profitti non ha ancora dato segnali significativi di progresso. Perciò la ripresa nell'eurozona farà più fatica a ingranare.
In tutto questo il senso della misura è fondamentale, in quanto si deve arrestare lo sperpero di denaro pubblico che ormai è ai massimi livelli, finanziando cioè soltanto le cose strettamente necessarie. Nell'attuale spreco di denaro pubblico che caratterizza il nostro Paese, la frammentazione degli enti locali, e più nello specifico la moltitudine di minute gestioni amministrative, hanno certamente un'importanza rilevante in senso negativo. Il segreto è meno pubblico, più privato: una politica di dismissioni di beni pubblici, quali immobili, terreni, partecipazioni non necessarie alle varie aziende o enti statali che li possiedono.
Il presidente della banca centrale europea, Jean-Claude Trichet, ha detto:"La crisi ha mostrato che il settore privato finanziario in Italia è sano, mai caduto negli eccessi, e la finanza rappresenta il maggiore supporto all'economia reale. La forte propensione al risparmio e la prudenza delle banche rappresentano una piattaforma sicura da cui l'economia può ripartire".
"Le piccole e medie imprese italiane fronteggiano tempi difficili" a causa della crisi. "Ma sono convinto che ne usciranno con una migliore struttura dei costi e una più efficiente organizzazione dei processi produttivi. Lo spirito imprenditoriale che è il gene di questa nazione alla fine prevarrà", ha proseguito il presidente della Bce.
"La crisi - ha proseguito Trichet - può essere la leva per un ambizioso piano di modernizzazione dell'economia italiana e per renderla più dinamica. Le riforme economiche non possono essere rinviate. Le istituzioni del mercato del lavoro devono essere riformate per consentire alle retribuzioni di riflettere meglio gli sforzi individuali e il livello di eccellenza delle aziende. La catena dei prezzi, in particolare del settore dei servizi, va modificata incisivamente per incrementare la flessibilità dei prezzi. Alcune prestazioni legate al Welfare vanno eliminate in quanto drenano il reddito disponibile e penalizzano la crescita potenziale". Quanto alla situazione generale, "è prematuro dire che la crisi finanziaria sia stata superata. L'economia sta mostrando segnali di stabilizzazione dopo la sua peggiore crisi dai tempi della seconda guerra mondiale, ma la ripresa sarà molto graduale". Siamo ancora comunque in una fase di incertezza, ma la Bce è, "come sempre, in allerta rispetto a qualsiasi sviluppo inaspettato".
Quanto alla exit strategy, Trichet ha ribadito che è ancora troppo presto per iniziarla, "ma quando decideremo di rientrate dalle misure eccezionali prese per combattere la crisi, lo faremo in modo trasparente".

 

 

 

 


L’Europa non è mai stata così vicina

ROMA 13 MAGGIO 2011 -Quanto è vicina l’Europa ai giovani? E quanto è importante l’Unione Europea per il nostro Paese?
Si sente spesso parlare di un’Europa lontana, distante soprattutto dai giovani che vengono lasciati soli in questo oceano di persone, provenienti da diversi Paesi ma comunque accumunate da un medesimo obiettivo: l’Europa unita, vicina e unificata da forti legami, non solo di vicinanza geografica ma soprattutto d’ideali e d’intenti.
Un’Europa intesa non solo come sicurezza monetaria, ma soprattutto come motore di diffusione della cultura e garanzia d’occupazione, fattori questi che costituiscono i pilastri per conservare e far prosperare quella democrazia di cui l’Europa è stata culla e costruttrice, dalla Magna Carta Libertatum del 1215, alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789, fino alla Costituzione europea sottoscritta dai capi di stato e di governo di 25 paesi nel 2004. Una storia giuridica che ha tracciato, nonostante momenti oscuri, la base del vivere civile per l’intera umanità.
Ma se, appunto, molte persone, per ignoranza o per pigrizia, non sanno che l’Europa o meglio L’Unione Europea è più vicina di quanto si possa pensare, se posso parlare a nome dei giovani che come me hanno voglia di partecipare attivamente all’accrescimento dell’antico continente, tutti quanti devono essere consapevoli di poter partecipare attivamente a questa grande “opera”.
Ad esempio, il biennio 2007-2008 è stato molto importante per le politiche ed i programmi europei in favore dei giovani: da un lato l’avvio dei programmi settennali Gioventù in Azione e Lifelong Learning, dall’altro le esperienze consecutive dello Youth Summit(realizzato in occasione della celebrazione del cinquantenario dei Trattati di Roma) e di due edizioni della Settimana Europea dei Giovani (Giugno 2007 e Novembre 2008).
Questi ultimi tre eventi ed il corollario di attività che ne sono scaturite hanno dimostrato, da un lato, che i giovani vogliono partecipare, discutere e fare proposte sui temi che li riguardano, dall’altro, mostrano una marcata ignoranza sul quadro di riferimento europeo: istituzioni, funzionamento e programmi europei sono quasi sconosciuti alla grande maggioranza dei giovani italiani.
La peculiarità di questo quadro di contesto va dunque rapportata agli obiettivi comunitari sulla partecipazione dei cittadini all’intrapresa europea: in particolare, la partecipazione dei giovani rappresenta la sfida più ambiziosa, e al contempo quella più strategica, per il futuro dell’Europa.
Al di là della facile retorica, se le giovani generazioni non faranno propria la dimensione europea del loro futuro socio-occupazionale, gli obiettivi della strategia di Lisbona non diventeranno mai una realtà.
Inoltre, il risultato negativo del referendum in Irlanda sull’approvazione del Trattato di Lisbona ripropone con forza il tema della comunicazione dell’Europa verso il grande pubblico.
Risulta evidente l'esistenza di una asimmetria informativa tra istituzioni e popolo in Europa: questo progetto vuole dunque sperimentare un approccio innovativo, diretto e continuativo per colmare il deficit comunicazionale e coinvolgere i cittadini, in particolare, i giovani, nel diventare testimoni consapevoli delle opportunità disponibili per tutti noi nell’Unione Europea di oggi.
Se vogliamo essere noi stessi gli attori in questa Europa unita, è proprio perché dobbiamo essere consapevoli dell’importanza che ha per l’Italia far parte di questa “grande famiglia”: siamo figli della caduta del muro di Berlino, ed è dal 1989 che dobbiamo ripartire tutti.
L’Europa ha l’economia più vasta e, allo stesso tempo, il più esteso e capillare sistema di welfare del mondo; il sistema di governo europeo è in continuo divenire. L’equilibrio istituzionale dell’Unione Europea è cambiato dando sempre più importanza al Parlamento europeo, l’unica istituzione eletta direttamente dai cittadini. La ricerca fa parte del “triangolo della conoscenza” (istruzione, ricerca e innovazione) destinato a rafforzare la crescita e l’occupazione dell’Unione Europea in un’economia globalizzata. La Strategia di Lisbona e i programmi comunitari collegati sono una grande opportunità per incrementare gli investimenti nazionali e privati.
L’Italia in Europa oggi è un paese più risanato, è un paese europeista come e più degli altri.

 

TURCHIA, UE: INTEGRAZIONE ED ESCLUSIONE...

 


Con 68 milioni di abitanti e una superficie di 780.580 km² la Turchia ha avviato, nell’ottobre del 2005, i negoziati di adesione all’Unione europea. Per la prima volta un Paese a maggioranza musulmana bussa alle porte di Bruxelles: si tratta di un evento di importanza fondamentale e senza precedenti, che porta con sé prospettive del tutto nuove, sia nel sempre più diversificato rapporto tra Europa e Medio Oriente che nell’assetto politico dei paesi del bacino del Mar Mediterraneo. Mentre per molte nazioni dell’Europa centro-orientale l’entrata nell’UE si è realizzata in un periodo relativamente breve, concludendosi il primo maggio 2004, l’avvicinamento di Ankara ha seguito un percorso travagliato e
tuttora in via di definizione. Il condizionale è d’obbligo: molti rappresentanti dei paesi del vecchio continente si sono espressi e continuano a dichiararsi contrari all’entrata turca, evidenziando una tendenza che si contrappone a quelli che vogliono Ankara sotto la bandiera blu di Bruxelles. Questo dibattito, diventato molto acceso negli ultimi anni, ha aperto numerosi interrogativi di natura economica, politica e culturale, ed ha mobilitato schiere di intellettuali e studiosi ad esprimersi sull’argomento. La stessa Commissione europea si è mossa con molta prudenza pronosticando un periodo non inferiore a dieci anni per realizzare l’effettiva membership turca. Tali preoccupazioni possono sembrare esagerate se si pensa che, dalla fine della seconda guerra mondiale, la nazione turca ha funto da baluardo difensivo contro l’espansionismo sovietico ed è stata tra i primi paesi a stringere rapporti commerciali con la CEE. L’atteggiamento anti-turco ha però ragioni profonde, i cui motivi sono da ricercare nel difficile rapporto tra istituzioni turche e popolazione, nelle reiterate violazioni dei diritti umani, nella fragilità economica turca, nell’immagine di un paese considerato troppo distante dai
modelli culturali europei e infine nell’impatto che tale entrata potrebbe avere nella stessa UE.
L'idea che l'Italia, la Francia, la Spagna, l'Inghilterra e la Germania formino il cuore dell'Europa è pacificamente accettata da molti secoli, fuori e dentro questo continente. Il processo che ha visto e vede aderire, fino ad oggi, ben 25 Nazioni all'Unione Europea, è stato basato esclusivamente su parametri e regole di cui ci si attendeva l'adozione e l'aderenza.
Eppure è indubbio che molti dei 25 Paesi non possono essere iscritti ufficialmente alla ''nozione'' di Europa alla stregua degli altri summenzionati Stati, e la cosa assume tanta più valenza quando si considera la lista dei Paesi che si accingono o semplicemente aspirano a far parte dell'UE nei prossimi anni.
L'opposizione tout-court all'entrata della Turchia nella UE si basa su una mistura di motivazioni storiche , culturali e religiose che rendono, per coloro che le propugnano, semplicemente irricevibile una richiesta in tal senso. Per essi, ammettere la Turchia potrebbe essere equiparato ad ammettere, per esempio, il Giappone.
Un vasto sentimento nazionale , induce i Turchi a vivere il processo di adesione all'UE come una sorta di ripudio sociale, politico e di costume alla propria storia e tradizione come prezzo che gli Europei impongono forti della loro posizione all'interno della UE.
C’è infine la questione centrale della religione, non da intendersi come contrasto tra cristianesimo e islamismo, ma vissuta in funzione del maggiore o minore grado di influenza della stessa sulla laicità dello Stato. Si sa che il tasso di laicità media di qualunque Stato europeo è decisamente superiore a quello della Turchia, in quanto in quest'ultimo la religione ha tuttora un profondo impatto nella realtà quotidiana sociale e politica. Ne deriva il reciproco timore, sia di Europei che di Turchi, che accettare l'adesione della Turchia vorrebbe dire per i primi confrontarsi con uno Stato di ottanta milioni di abitanti i cui rappresentanti politici faticherebbero a porre alcuni fondamentali principi di libertà e di autodeterminazione del singolo prima dei loro valori religiosi, mentre per i secondi, specularmente, significherebbe il rischio di vedersi imporre una legislazione ispirata a dei principi apertamente in contrasto coi più radicati valori della società, tutti di matrice religiosa.
Nonostante tutto ciò, il processo di adesione della Turchia ha mosso i suoi primi passi quarant'anni fa e, seppure lentamente, con molti stop and go, ha continuato a progredire ed è tuttora in movimento. Una serie di interessi economici e politici coincidenti tra Turchi ed Europei, e una buona dose di politica illuminata da ambo le parti ha permesso che ciò avvenisse. Nessuno può oggi prevedere con sicurezza dove questo processo arriverà, anche se è certo che il suo eventuale successo sarà il risultato di una concertata e profonda opera di mediazione tra reciproci interessi e contrasti.

 
 
 
 
 
 
 
DISABILITA’. Non autosufficienza: tra Nord e Sud ancora differenze


ROMA - 18 APRILE 2011 - Dal secondo Rapporto del Network per la non autosufficienza promosso dall’Irccs-Inrca emerge un paese caratterizzato da profonde differenze regionali sia per quanto riguarda la domanda di assistenza espressa dalla popolazione anziana sia per la disponibilità e le caratteristiche dei servizi offerti.
Il Rapporto evidenzia la necessaria integrazione delle politiche sociali con quelle socio-sanitarie assicurando processi di continuità assistenziale e presa in carico della persona non autosufficiente.
In particolare i temi che meritano maggiore attenzione, sono:
- l’elevato carico di cura sostenuto (in particolare al Sud) dalle famiglie e dagli aiuti esterni non istituzionali (badanti);
- il divario tra Nord e Sud nel godimento di indennità di accompagnamento con la conseguente esigenza di maggiori controlli;
- la costruzione di sistemi di servizi territoriali per anziani e disabili di tipo domiciliare e residenziale, integrati sotto il profilo assistenziale e delle reti urbane e sociali (volontariato);
- la predisposizione di fascicoli elettronici sanitari e socio-sanitari per ciascuna persona, utili ad accompagnarla nei complessi percorsi, anche riabilitativi, favorendo appropriatezza e “presa in carico”;
- il potenziamento delle strutture distrettuali in grado di governare le cure primarie, compresa la prevenzione e la promozione degli stili di vita per un invecchiamento sano.
Il Rapporto, che fa riferimento ai risultati dell'Indagine multiscopo dell'Istat condotta su oltre 25 mila over 65 nel 2008, ricorda come le regioni del Sud siano quelle con la maggiore prevalenza di anziani non autosufficienti: a fronte di un tasso nazionale pari a 18,7%, la percentuale stimata raggiunge il 26,1% in Sicilia, il 24,2% in Puglia e il 22,8% in Calabria. Al Nord, il fenomeno ha invece dimensioni più contenute e le province autonome di Trento e Bolzano, con il 12,9%, si aggiudicano il primato per il livello di autonomia della popolazione anziana.
Per quanto riguarda la spesa pubblica per l’assistenza alle persone non autosufficienti, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna e Lombardia sono le regioni dove la spesa per l'assistenza domiciliare integrata (Adi) incide maggiormente sui costi complessivi della sanità; queste regione sono però anche quelle dove i servizi sono in assoluto i migliori rispetto alle altre regioni d’Italia, soprattutto rispetto a quelle del sud.
Meno marcato lo squilibrio Nord-Sud per quanto riguarda la copertura del servizio di assistenza domiciliare (Sad), che nel 2006 è stato però assicurato solo all'1,8% degli anziani. Il servizio è stato garantito con maggior frequenza agli anziani della Valle d'Aosta (4,9%) e del Trentino Alto Adige (3,8%), ma anche ai siciliani (3,4%) e ai molisani (3,1%).


Questo è il rapporto : http://www.lavoro.gov.it/NR/rdonlyres/9B939247-1A95-468A-9A54-6E58BE0DD85C/0/RapportosullanonautosufficienzainItalia27072010.pdf

 


Claudia Nardi